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L’injera e… il caffè!

Posted by admin on aprile 12, 2016 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2016 Roberta Cappelli Arramo, Ethiopia. Meat and injera.

© 2016 Roberta Cappelli
Arramo, Ethiopia.
Meat and injera.

Arramo, luglio 2014

L’Africa non smette mai di stupirmi.

E l’Ethiopia si conferma non essere seconda a nessuno, in quanto a sorprese…! Partiamo da una premessa di fondo: quando si tratta di mangiare, non ho problemi, il mio stomaco gradisce ogni elemento commestibile, senza esclusione di sorta. Dalla trippa alla pajata, dal cervello alle interiora, dalle lumache al pesce crudo, ostriche vive comprese! Avete presenti quei volenterosi pesci da acquario che tanto si danno da fare per tenerne pulite le pareti?… Ecco, assomiglio a qualcosa del genere!

Forse è per questo che in Africa mi trovo così a mio agio: perché non rifiuto niente! Assaggio tutto, mangio tutto e mi piace tutto! Non torno mai “sciupata”, dopo 2-3 mesi di Africa. Addirittura mia madre riesce a vedermi “ingrassata”, al rientro. E considerato che per le mamme italiane i figli non si nutrono mai a sufficienza, ci deve essere realmente del buono, nella mia dieta africana!

Ora, facciamo una dovuta distinzione: in Kenya non hanno una grande fantasia, in cucina. Per quasi due mesi ho mangiato: capra (per fortuna!), riso bianco, fagioli in umido, una strana verdura di un verde brillante, verza stufata. Poi, per compiacerci, ci scuocevano un po’ di pasta (e davvero ogni volta mi stupivo di come riuscissi a mangiarla senza pensare minimamente al non rispetto dei tempi di cottura!…) e ci friggevano due patate! Al posto del pane (oggetto non identificato, in Kenya), ugali (una polenta bianca insipida) e chapati (preso in prestito dagli indiani). Fine del menù.

L’Ethiopia è diversa! Gli ingredienti, di fondo, non sono tantissimi, ma almeno il modo di combinarli e cucinarli è più creativo! Tipicamente, si mangia in comune, dallo stesso grande piatto posto al centro della tavola. La carne è preparata in modo divino, e sempre diverso: piccoli pezzi, con spezie, a volte salsa di pomodoro, chili, cipolla, peperoni e non so cos’altro! Una prelibatezza! Ovviamente il mucchietto centrale di “ciccia” è circondato da pane in abbondanza: meravigliosi medaglioni dal sapore indescrivibile, forse il pane più buono che abbia mai mangiato! E, ovviamente, le posate non sono previste… I sapori sono decisi, le pietanze, spesso, molto piccanti. Le insalate davvero sfiziose, e anch’esse piccantissime, la pasta, anche qui, piuttosto scotta (con una dovuta, eccellente eccezione nella missione di Galcha, dove ho mangiato pasta e persino gnocchi al ragù di molto superiori ai primi italiani!…). Un piatto affascinante, forse per i colori, è una strana spuma, metà verde, metà bianca, preparata con avocado e burro, ovviamente piccante e molto gustosa!

Poi ci sono un paio di cibi locali, presenti praticamente su ogni tavola: la “wasa”, preparata con le foglie di falso banano, pilastro dell’economia dei villaggi, e l'”injera”, una sfoglia molle di strano pane fermentato: entrambe dal gusto acido. Molto acido.

Tornando al mio stomaco, che non conosce limiti… ecco, ci sono solo due cose che non riesco assolutamente ad ingerire: il porridge in Kenya, un pappone semiliquido fatto con acqua calda e farina di mais, usato specie a colazione con l’aggiunta di zucchero, per dargli un senso (o un sapore…); e l’injera in Ethiopia che, senza esagerare, ti lascia in bocca un gusto come di vomito…

Oggi eravamo in una zona bellissima e selvaggia nell’aerea di Yrga Chaffe, luogo famoso per il caffè (ma questo merita un capitolo a parte…!), ad incontrare 50 delle 200 famiglie che collaborano con noi nella missione di Arramo Solidale. Persone fortissime che stanno riconquistando, grazie al cammino che facciamo insieme, la loro indipendenza, anche economica, e che, con la scusa di un break per un caffè, ci hanno preparato un pranzo tradizionale! Quando è arrivato il cibo in tavola, ho avuto un sussulto, ho guardato il mio amico kenyota Patrick, e per un lungo e terrificante attimo la disperazione si è impossessata di noi due.

Su un enorme e ricco letto di injera giaceva il nostro spezzatino di manzo, abbondantemente condito con una accattivante salsa di pomodoro! In una frazione di secondo la mia mente si è predisposta diplomaticamente ad accettare la punizione… Quella carne doveva essere raccolta con qualcosa, e quel qualcosa non poteva che essere l’injera… Ho sperato nel miracolo di veder arrivare qualche panino… ma nulla! Senza scampo! Patrick, dal canto suo, mi ha confessato più tardi di aver pregato Dio di dargli la forza di ingerire il raccapricciante alimento possibilmente senza sentirne il sapore… Insomma, un castigo, non un pranzo!

Saranno stati i piccoli pezzi con cui raccoglievamo grandi porzioni di carne, o la quantità esagerata di peperoncino presente nella salsa di pomodoro… ma ne siamo usciti vivi!

Così, quando ci hanno proposto un caffè, entrambi abbiamo pensato: “Evviva! Almeno ci rifacciamo la bocca!”, rilassandoci al pensiero che qui, il caffè, è uno dei più buoni del mondo!

Vi lascio immaginare le nostre facce quando, avventandoci con (malriposta) fiducia sulla tazzina, abbiamo tristemente constatato come talvolta, questi Etiopi, stanchi di un caffè paradisiaco, ci mettano il sale, invece dello zucchero…!

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Croci… rosse!

Posted by admin on marzo 17, 2015 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2015 Roberta Cappelli Arramo, Ethiopia. Red crosses.

© 2015 Roberta Cappelli
Arramo, Ethiopia.
Red crosses.

Qonga-Sorsa, luglio 2014

Una delle infinite, lunghe attese africane…!

Ogni tanto, a dispetto delle usanze locali, ci provo ad arrivare puntuale. Ma le uniche cose che non si fanno mai attendere in Africa sono le tradizioni! Giungere in un luogo e non trovare nessuno, è il minimo che ti possa capitare, se non hai l’accortezza di arrivare almeno un paio d’ore dopo l’orario fissato. La gente viene da lontano…

Ma so bene che non è un fatto di distanze: è un fatto culturale, è non prestare attenzione e non dare importanza alcuna allo scorrere del tempo, né alle persone che attraversano questo tempo.

Siamo a 2000 metri, immersi nella rigogliosa natura di queste montagne. L’aria è fresca, ma al sole non si può stare: devo ancora smaltire tutto quello preso nel deserto del Turkana!…

Decido di aspettare sul retro della piccola chiesetta di fango, all’ombra. Ne approfitto per rimanere due minuti da sola, in compagnia unicamente dei miei pensieri. Ma “solitudine”, in Africa, e persino in Ethiopia, non è parola contemplata nel dizionario corrente…! Un gruppo di bambini mi circonda, tendendomi quasi un agguato… così anche l’agognato silenzio svanisce, nel nulla, o in una combriccola di meravigliosi mocciosetti…!

Sono assolutamente affascinata dalle chiese di fango africane, ma quelle etiopi vincono! Sembrano set cinematografici, persino nel tipo di illuminazione, e la qualità e quantità di materia che le arreda, sono a metà tra l’inutile e il grottesco!

Mi sono rifugiata nella piccola “out-station” (una filiale della parrocchia, ma… senza prete!, che capita nei paraggi a rotazione, dovendone gestire, talvolta, anche fino a 30!…), immediatamente attratta da una foto che non potevo non scattare, con due croci rosse composte ad arte, manco fossimo a Cinecittà!…

Nonostante le speranze riposte nella sacralità del luogo… anche qui, la pace, dura poco: uno dei teoremi fondamentali dell’Africa è che la quantità di bambini che può assalirti in meno di un minuto, è direttamente proporzionale al chiarore della tua pelle…! La  mia non vede il sole di una spiaggia da 8 anni, fatevi due calcoli!…

Mi arrendo. E comincio a scherzare con loro. Che poi, con quei visetti, quegli occhi e quei sorrisi, non è così difficile cadere prigioniera della loro freschezza e del loro entusiasmo!…

Prima o poi le famiglie che stiamo aspettando, arriveranno. E finirà la ricreazione. L’attesa… quella no!, continuerà a regnare sovrana su questa terra d’Africa, regalandoti incontri, sorrisi, vita!

Mi chiedo: perché le attese a Roma, alla fermata dell’autobus, non sono così interessanti?…

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Ritorno… al futuro!

Posted by admin on marzo 10, 2015 in 7 anni, 8 mesi e 10 giorni |
© 2015 Roberta Cappelli Kenya.  In the sky.

© 2015 Roberta Cappelli
Kenya.
In the sky.

Nairobi Airport, luglio 2014

La stanchezza comincia a farsi sentire. 50 giorni di missione senza sosta, prima o poi, li paghi. L’aeroporto è il posto migliore per non riposarsi. E mai come stavolta l’attesa mi sembra tanto lunga. Sarà che sono alla fine di un viaggio, ma in realtà all’inizio di un altro…! Ora, tempo un paio d’ore, e… il mondo davanti ai miei occhi improvvisamente cambierà. Mi lascerò alle spalle l’Africa e mi ritroverò immersa nella culla della civiltà, così speciale e così diversa, e metterò indietro le lancette di… 7 anni, 8 mesi e 10 giorni, “notti comprese”, per dirla alla Garcia Marquez!

Un salto nel passato, che è presente, e che in questa sua diversità mantiene saldamente radicate le sue origini, la sua storia, la sua cultura, incurante del mondo che è su un altro fuso orario! Sì, perché anche l’orologio segue un altro ritmo: perché iniziare a contare le ore dalla notte, se la giornata inizia al mattino? Così, se ci si sveglia all’una… è perché sono le 7.00, e giorno è già fatto!

Anche il senso di marcia sulle strade cambierà: si tornerà a guidare a destra, come in Italia, diversamente dall’Africa!

Ovviamente, anche le festività non corrispondono: loro fanno Natale un paio di settimane dopo di noi…

Si distingue in tutto, questa Ethiopia! Sfido chiunque a pensare che non sia un luogo speciale…!

Ci siamo: finalmente imbarcati, saluto ancora il cielo del mio Kenya, imposto la data e… fra poco sarò di nuovo nel 2006, 11° mese, giorno n° 17…

Si ritorna al futuro!

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Sulle poligamie

Posted by admin on agosto 20, 2014 in L'altro Kenya |
© 2014 Roberta Cappelli Turkana Desert, Kenya.  Nomadic Shepherd.

© 2014 Roberta Cappelli
Turkana Desert, Kenya.
Nomadic Shepherd.

Kaikor, luglio 2014

Un classico, caldo pomeriggio Turkana.

Oggi nemmeno il vento si è presentato ad alleggerire l’afa soffocante di questo deserto.

Nell’inconsueto riposino pomeridiano, protetto dalle maglie della mia zanzariera, c’è stato solo un fluire di immagini, di situazioni, sparse fra la vita qui e la mia vita di sempre, nella mia casa, nella mia città…

Una serie di flash che si rincorrevano, cercando un accordo, un punto d’incontro, ma irrimediabilmente rimandavano a due facce della stessa medaglia. Che non saranno mai una.

Mai avrei pensato, né ritenuto possibile, di poter venire qui, nel Turkana, in un deserto così ostile e dimenticato dal mondo, a frequentare un… Master. Di 40 giorni. Sulla poligamia.

E’ una pratica assai diffusa, qui in Kenya, specie tra le popolazioni nilotiche. E’ un fatto culturale, tramandato nei secoli, che ormai sembra essersi fissato nel DNA di questa gente. Poi il maschilismo di certe classi politiche al potere ci mette del suo: lo scorso mese di maggio è stata approvata la legge sulla poligamia. Ora la poligamia è legale, in Kenya. Chiaramente, solo per gli uomini.

Uomini che sposano fino a 10 mogli, talvolta anche più, creando tante famiglie contemporanee e parallele e mettendo al mondo un numero imprecisato e spesso sconosciuto anche a loro stessi di figli. Le donne, sebbene devastate dalle lotte tra diverse mogli e contro diversi figli, si trovano a dover accettare passivamente questa pratica, perché la loro cultura lo impone, e non si può andare contro la cultura, non è nemmeno immaginabile.

Sono 5 anni che frequento questi popoli (Turkana, Masai, Pokhot) e fin dai primi giorni mi sono trovata di fronte a famiglie poligame, con i segni evidenti di una sofferenza repressa sui volti delle mogli.

Non è che, siccome “culturalmente accettata”, faccia meno male.

Me lo hanno detto le donne. Quest’anno. Più d’una. Anche 3-4 al giorno. Di fronte ai loro mariti.

“Roberta, per favore, aiutaci! Mio marito ha altre 3 mogli, ed io sento come una ferita dentro lo stomaco…”.

Bisogna trovarcisi, in certe situazioni, per comprenderne la portata.

Per qualche lunghissimo, interminabile secondo, mi sono sentita spacciata, la prima volta che Rebecca mi ha quasi implorata, con le lacrime agli occhi. Chi ero io, per poterle dare una mano?!? Cosa potevo dire a lei e a Ngimasal, suo marito, per poter lenire il suo dolore? Proprio io, che vengo da un mondo in cui la poligamia è “culturalmente rifiutata”, ma “neanche tanto segretamente” vissuta?… In cui gli uomini sposati non si fanno alcun problema a corteggiare altre donne, portando avanti relazioni che nulla hanno a che fare con l’amore, ma solo (nella migliore delle ipotesi) con il loro fanciullesco narcisismo?

Si sente forse tanto meglio la donna “bianca” tradita a sua insaputa, o quella costretta ad accontentarsi delle briciole, o quella che, non disposta a vivere nell’ambiguità, chiede venga fatta una scelta e si ritrova immediatamente spettatrice di una fuga?

Ecco. Con questo background da vera occidentale, ho dovuto affrontare la poligamia.

Per 40 giorni. Nel deserto.

Sa di biblico…!

Ammetto che la prima sera non mi sono sentita benissimo: credevo di svenire, mi mancavano le forze, mi girava la testa.

Non è banale dare risposte concrete a certe domande, specie quando non hai il tempo di pensare: quegli occhi sono lì, che ti guardano, pieni di tutto il dolore, ma anche di tutta la speranza nelle parole che stai per pronunciare…

Nessuno ti ha insegnato cosa dire, in questi casi: sei da sola, di fronte alle domande della vita, e devi dare le risposte.

Allora provi a metterti nei panni di Rebecca, a pensare di essere tu quella donna che deve dividere l’uomo che ama con altre donne, provi ad immaginare la terribile ferita che sentiresti dentro, se fossi tu a non poter vivere completamente ed esclusivamente la tua esistenza con l’uomo che ami…

E di fronte a quegli occhi imploranti che ti fissano, lucidi, anche i tuoi si riempiono di lacrime, e cominci a provare distintamente quel dolore, e a comprendere come ci si senta…

Solo hai imparato, in tutti questi anni di missione, a non giudicare, a non scagliarti, con tutta la rabbia che potresti avere dentro, contro chi sta facendo soffrire un altro essere umano, ma a tirar fuori tutto l’amore necessario non a giustificare, ma a comprendere. Ho parlato ad entrambi con il cuore in mano, a lui come se fosse il mio uomo, a lei come se fossi di fronte ad uno specchio. Ho tentato di spiegare a lui come si senta una donna in questi casi; e a lei che la “cultura” è creata dai comportamenti umani, e che sta a noi cambiarla, se non rispetta e non ama.

Li ho rincontrati, Rebecca e Ngimasal, un paio di settimane dopo: lui ha deciso di rimanere solo con lei, chiarendo con le altre mogli, continuando a prendersi cura dei loro figli, ma non passando più da un letto all’altro.

Esekon, stamattina, mi ha detto di avere 10 mogli. E’ segno di potere, e di ricchezza. Agnes, la prima delle 10, ha semplicemente fatto un’osservazione: “Lui ha pagato (la dote, n.d.a.) per avermi. Quindi può fare quello che vuole, no?”. Ho chiesto ad Esekon, di fronte ad altre 50 famiglie della sua tribù, cosa proverebbe lui, se fosse Agnes ad avere 10 mariti! Un coro si è levato dalla parte degli uomini: “Assolutamente no!!! Non è una cosa buona! Non ci piace! Non è possibile!”. “Esatto!”, ho detto io, “avete proprio ragione: non è affatto una cosa piacevole. Ma avete mai pensato che anche le vostre mogli, persone come voi, potrebbero provare la stessa, spiacevole sensazione nel vedervi andare con le altre donne?”. Adoro questi primitivi pastori Turkana: un silenzio improvviso è calato sull’emisfero destro della chiesa di paglia e rami costruita intorno al grande albero. Ho percepito distintamente, nello scambio di sguardi che si sono lanciati tra loro, con fare interrogativo, che questa considerazione non li aveva neanche lontanamente sfiorati…!

Li conosco, conosco la loro forza e la loro bellezza. So che ce la faranno.

Comunque, se fossi costretta a scegliere… credo proprio che preferirei la poligamia africana, a quella di casa nostra. Almeno è più onesta. Almeno non si parla d’amore. Almeno non ci si illude.

Niente bugie, tutto palese, alla luce del sole.

Lo stesso sole di questo deserto rovente, che anche a migliaia di chilometri da casa ed in un’era che sembra quella dei miei primitivi avi, continua ad insegnarmi la vita.

Non gli sarò mai grata abbastanza.

 

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Il grande… pranzo!

Posted by admin on luglio 23, 2014 in L'altro Kenya |
© 2014 Roberta Cappelli Kaikor, Kenya.  Under the big trees.

© 2014 Roberta Cappelli
Kaikor, Kenya.
Under the big trees.

Kaikor, 20.07.2014

Mio ultimo giorno a Kaikor.

La malinconia c’è sempre quando lascio un luogo in cui ho vissuto qualcosa di grande. E in Africa, e specialmente qui in Turkana, di cose enormi e profonde ne vivo una quantità sproporzionata, se penso a quelle rare che riesco a strappare alla mia vita italiana…!

Stiamo aspettando il pranzo. Oggi si mangia tutti insieme! Il Father spagnolo, i seminaristi, la suora ecuadorenia, le postulanti, me, che ormai sono di casa, e due spagnole che stanno vaccinando le capre della zona. Una capra è stata anche uccisa, per l’occasione! Everlyne ha preparato un dolce, e l’enorme tavolata è stata allestita sotto i grandi alberi, all’ombra, al riparo da questo caldo straziante ed un po’ opprimente.

Sono nella veranda, sento goccioline d’acqua uscire dalla mia pelle, ma qui non hai il coraggio di lamentartene: tanto non c’è soluzione…! Wycliff è davanti al suo computer: sta lavorando alla sua tesi di laurea, sui cambiamenti nella vita dei pastori nomadi in Turkana. Gli ho chiesto di mandarmene una copia, quando sarà pronta! Ci sono anche Janet e Barryl: capisco solo a tratti i loro discorsi, perché parlano in Shen, un mix di Swhaili ed Inglese, molto in voga, specie tra le nuove generazioni. Li guardo, fisso i loro volti, li scruto. Hanno l’Africa addosso, ed io voglio gustarmela tutta! Intanto medito che… quest’anno non si sfugge: devo imparare lo Swhaili. E fermarmi anche a Lodwar a comprare un libro appena uscito di grammatica Turkana. Non è più possibile vivere in mezzo a questo popolo, a questa gente, e dovermi affidare solo alle traduzioni…!

Si è fatta ora, ci dirigiamo sotto i grandi alberi. Questa scena mi sembra di conoscerla, una tranquilla scampagnata in famiglia: come in un film! Il cibo è buono ed abbondante, la soda (ossia qualsiasi bevanda prodotta dalla Coca Cola) e l’acqua sono appena uscite dal frigo (e vi assicuro che qui è uno di quegli eventi che si apprezzano oltre l’immaginabile!…), l’ottimo dolce di Everlyne, con tanto di fresche decorazioni floreali, viene servito dalle ragazze tra canti e balli!

Senza dimenticare che siamo pur sempre in Africa: qui tutto è essenziale. Non ci si perde in chiacchiere per ore. La tavola serve per mangiare, poi si passa subito ad altre attività, che ce ne sono sempre in abbondanza!

Siamo già in ritardo, c’è un festival che ci aspetta…

Vamos!

 

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Tutta un’altra… era!

Posted by admin on luglio 22, 2014 in L'altro Kenya |
© 2014 Roberta Cappelli Longolemwar, Kaikor, Kenya.  Nomadic Pastoralists.

© 2014 Roberta Cappelli
Longolemwar, Kaikor, Kenya.
Nomadic Pastoralists.

Kaikor, 18.07.2014

E’ un buon pomeriggio per dormire.

Dopo 40 giorni è il primo momento di tregua che mi concedo: un’oretta sdraiata sul letto, sotto la mia zanzariera. Fuori tira un forte vento, nonostante il caldo frustrante. Così, la mia camera doppia è invasa da una corrente che permette di non soffocare. Dalla finestra arrivano le voci di bambini, il mio iPhone mi sta svegliando or ora con la musica che preferisco, il tema del film della mia vita, “La mia Africa”!

Nella mente si rincorrono pensieri, esperienze, emozioni; tutte cose che vorrei raccontare, ma che non posso ancora, vuoi per il tempo che qui non ho, vuoi perché sono di una tale intensità e di una tale forza che vanno diluite, prima di poterle comprensibilmente far scivolare su un foglio…!

Qui a Kaikor, nell’estremo Nord del Kenya, mi ritrovo completamente catapultata in un’altra era! Dopo tanta Africa visitata, e non certo alla maniera dei turisti, mi sto sentendo per la prima volta fuori dal mondo, in un’epoca lontana, a vivere una vita che potrebbe essere quella dei miei primitivi antenati, stupita e quasi esterrefatta dalla quotidianità che sto sperimentando e dalla quantità di incontri fuori dal tempo di cui sto godendo.

Qui davvero l’orologio sembra essersi fermato.

E questo scorrere del tempo così lento e misurato, te ne fa assaporare meglio i dettagli, i contenuti, le mille e più sfaccettature. Ed ogni istante ti sembra un gran dono dall’alto, ed ogni momento che passa, carico di emozioni non esprimibili, volgi lo sguardo al Cielo, chiedendoti: “Ma cosa ho fatto, per meritarmi di vivere tutto questo?!?…”.

Non ho la risposta, ma voglio continuare a “sentire” la domanda. Voglio continuare a stupirmi della vita intorno a me. Voglio continuare ad emozionarmi alla vista dei miei pastori nomadi, così primitivi, e puri e saggi, e capaci di accogliere e mettere in pratica le novità nello spazio di una notte…!

Forse, in un’altra vita, ero una Turkana.

Questo sospetto si fa sempre più strada nella parte africana della mia anima!…

Ejok noi!

 

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Passaggio a Nord… Ovest!

Posted by admin on luglio 12, 2014 in L'altro Kenya |
© 2014 Roberta Cappelli Long'ech, Kalokol, Kenya.  Sunset in the Turkana Lake.

© 2014 Roberta Cappelli
Long’ech, Kalokol, Kenya.
Sunset in the Turkana Lake.

Kalokol, 12.07.2014

Le mie giornate a Kalokol stanno per terminare. Me ne sono resa conto solo oggi, ed ora c’è un po’ di malinconia.

Sono qui praticamente da un mese, sembra ieri, oppure 10 anni fa. Il senso del tempo si perde, da queste parti. I giorni sembrano mesi, le settimane anni… ma invece di non sapere più chi sei, è proprio qui che lo capisci benissimo.

C’è aria di partenza…, tutte le cose che dovevo fare, le ho fatte, le situazioni che dovevo risolvere, risolte, le persone che dovevo incontrare, incontrate, Vescovo compreso!

Non è semplice, stare qui, il clima non ti fa dimenticare nemmeno per un attimo dove ti trovi. Ho avuto la clemenza di questi due ultimi giorni segnati dalla pioggia: lo ammetto, una sera ho indossato una camicia a maniche lunghe, e una notte mi sono coperta addirittura con un lenzuolo…! Cose d’altro mondo, qui!

Oggi, però, è tornato il caldo: non poteva lasciarmi andar via da qui facendomi credere di trovarmi in un altro posto. L’onore è onore!

Sto aspettando che il sole sfiammi un po’ per andare in “città” a prendermi una bibita fresca!…

Che poi non è che me ne stia andando dal Turkana, anzi! Lunedì mi spingerò oltre, ancora più a Nord, a Kaikor, in prossimità del confine con South Sudan ed Ethiopia, dove, oltre al clima ostile, e al deserto ancor più aspro di qui, ancor più isolato, ancor più lontano dal mondo… ci  sono anche sanguinose e silenti guerre tribali, di cui nessuno parla, ma che uccidono. Spesso solo per il gusto di uccidere.

Di solito queste tribù si ammazzano per una capra, o per un pascolo.

In quel triangolo di terra di nessuno, tratteggiato persino sulle carte geografiche, i Doniro ed i Toposa dal South Sudan si contendono con i Turkana anche l’ultimo sterpo secco che spunta tra le pietre e la sabbia. E non vanno tanto per il sottile: mors tua, vita mea.

Dall’Ethiopia, invece, una tribù ancor più sofferente (a giudicare da quello che fa…) si spinge in territorio Turkana seminando atroci violenze e morte: i Merile non uccidono per gli animali, né per la terra, ma per una malata sete di sangue che li porta, complici le loro stregonerie, addirittura ad appendere parti dei corpi delle loro vittime agli alberi, come fossero trofei.

Ma io adoro quel luogo, perché la gente è vera, fiera, forte e piena di una dignità introvabile tra le mie relazioni occidentali…! Sono felice di vivere una settimana lì, dove la vita è essenziale, semplice, senza tanti fronzoli.

Sono onorata di aver incontrato sulla mia strada queste incredibili persone che mi fanno sentire viva ogni volta che mi rivolgono lo sguardo o una parola a me (ancora) incomprensibile nel significato, ma no di certo nella forza e nell’amore che mi trasmette!…

Parto, ma anche no. Perché da quel “lontano” 2010 che mi vide qui, per la prima volta, in realtà non sono mai tornata!

Alakara, Turkana!

 

 Passaggio a Nord...Ovest!


Passaggio a Nord…Ovest!

 

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Tanto tuonò… che piovve!

Posted by admin on luglio 10, 2014 in L'altro Kenya |
© 2014 Roberta Cappelli Kalokol, Kenya.  Beyond my window.

© 2014 Roberta Cappelli
Kalokol, Kenya.
Beyond my window.

Kalokol, 10.07.2014

Ho i brividi.

E’ una sensazione alquanto bizzarra, da queste parti, in mezzo ad uno dei deserti più aridi, bollenti ed ostili del pianeta.

Piove. Da stanotte, quasi ininterrottamente.

Sono stata svegliata verso le 3.00 dai tuoni: i lampi illuminavano a giorno la mia camera, e la fortuna di avere ben due finestre in 8 metri quadri, che solitamente aiuta a certe temperature, si stava trasformando in qualcosa di diverso…

Grandi manovre si sono rese indispensabili. L’acqua cominciava ad entrare da queste finestre che non si chiudono mai per davvero. C’era da salvare tutto il contenuto della mia stanza: il mio prezioso zaino fotografico (che stazionava giusto pericolosamente su una sedia sotto la finestra!), le due valigie che, sebbene eternamente chiuse, stavano per essere raggiunte da una pozzanghera in rapido avanzamento, il mio zainetto, con documenti, soldi e quant’altro, stagliato di vedetta di fronte ai vetri, la busta con gli indispensabili biscotti-salva-fame (in cui avevo rinchiuso anche il computer per evitargli la sabbia che la notte entra a ricoprire inesorabilmente ogni cosa…), il tavolinetto a due piani con i pochi oggetti “liberi” (borraccia, bottiglie d’acqua per lavarsi i denti, deodorante, dentifricio, crema da sole e fermenti lattici) ed i documenti vitali relativi alle missioni di qui (e non solo, anche dell’Ethiopia…) e a tutte le attività svolte finora…!

Così, in una botta di attivismo notturno, ho spostato ed accatastato tutto negli angoli più sicuri, armata anche di un simil-mocio con cui ho asciugato il pavimento di cemento prima di utilizzarlo come frangi acque…

Poi sono tornata a letto, felice, a godermi il rumore della pioggia, a pensare alla gente di qui che ora potrà smettere di pregare, ad immaginare qualche filo d’erba che spunterà e di cui le capre potranno nutrirsi, a chiedermi come sarebbe stata la giornata di oggi, così strana e diversa dal solito, a decidere segretamente che stamattina, forse, la doccia (leggi: acqua a temperatura ambiente nella bacinella) me la sarei potuta anche risparmiare, perché con questo freddo…!

Ed ora me ne sto qui, dalle 6.30, sotto la zanzariera, a gustarmi questo strano attimo di tregua dal calore perenne, a sentire qualche brivido sulla schiena, a vedermi la pelle d’oca sulle gambe e sulle braccia…

Non c’è nulla da fare! Certe cose si possono apprezzare solo quando non ce le hai!

 

© 2014 Roberta Cappelli Kalokol, Kenya.  Room by the desert.

© 2014 Roberta Cappelli
Kalokol, Kenya.
Room by the desert.

 

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Il tempo e l’attesa…!

Posted by admin on luglio 9, 2014 in L'altro Kenya |
© 2014 Roberta Cappelli Kalokol, Kenya.  Turkana Woman.

© 2014 Roberta Cappelli
Kalokol, Kenya.
Turkana Woman.

Lochor Aikeny, 20.06.2014

Classico quadretto africano: me ne sto qui, seduta in mezzo al deserto, in una zona remota dove esiste solo qualche capanna sperduta qua e là, ed una chiesa. Ovviamente chiusa.

Accanto a me una donna Turkana, regale nel suo silenzio immobile, sotto il peso enorme delle sue collane; di fronte, tre uomini Turkana ed uno Etiope, intorno ad una moto, di cui stanno tentando, assolutamente alla maniera africana, di riparare una ruota.

Il sole si è finalmente abbassato al livello del tramonto, che definirei “livello umano”, qui.

Stiamo aspettando.

Qui in Africa è un’attività. Mi illuminò su questo uno dei miei amici kenyoti, lo scorso anno, durante un’attesa che il problema di turno si risolvesse, quando osservai, anche un po’ contrariata, che stavamo perdendo tempo, stando senza far niente. Fu lì che mi spiegò che mi sbagliavo, perché in realtà non stavamo senza far niente: stavamo aspettando…!

Sì, aspettare è una delle occupazioni principali di questo continente. Se producesse reddito, l’Africa sarebbe in assoluto il luogo più ricco del mondo!

L’orologio è un gadget molto relativo, da queste parti: quei pochi che ne possiedono uno, lo portano in mezzo agli altri bracciali, con identica funzione: ornamentale.

L’appuntamento, qui, è quando ci si incontra. I mezzi di trasporto partono quando sono pieni. I meeting cominciano quando sono arrivati tutti!

Il tempo è davvero una certezza assoluta, qui.

E’ assolutamente certo che ce ne sia in abbondanza!…

 

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Storie di… vita sul Turkana bus!

Posted by admin on luglio 7, 2014 in L'altro Kenya |
© 2014 Roberta Cappelli Kitale, Kenya.  Turkana Bus.

© 2014 Roberta Cappelli
Kitale, Kenya.
Turkana Bus.

Kitale, 15.06.2014

Oggi ci aspetta la traversata per raggiungere Lodwar.

Alle 10.40 è già come aver vissuto due giornate intere, tra le vie di Kitale, le pozzanghere, i bambini che sniffano colla (la droga locale), un prelievo al bancomat ed un rifornimento essenziale di acqua e biscotti per affrontare il lungo e faticosissimo viaggio.

Dovevamo partire alle 9.00….. Ma siamo in Africa!

Il bus, come sempre, è carico all’inverosimile. Da vera occidentale (nelle emergenze lo faccio, sì!…) ho fatto carte false per cambiare il posto che mi era stato assegnato. Ora le mie gambe sono perfettamente incastrate tra i sedili ed il mio prezioso zaino fotografico. E resteranno immobili lì, per le prossime 10-12 ore…

Ma a parte il travaglio dei posti, del carico bagagli sul tetto, delle decine di venditori ambulanti che fino alla partenza sono stati praticamente seduti sui nostri corpi, mettendo pericolosamente a rischio la nostra incolumità con le loro ceste in plastica e ferro che si agitavano sopra le nostre teste, il destino aveva in serbo un’altra sventura per noi: il predicatore folle…!

Nel paese delle 1000 e più Chiese (anch’io, domattina, se volessi, potrei svegliarmi ed inventarne una nuova), è spuntato fuori quest’oratore che da oltre un’ora ci sta “deliziando” con i suoi sermoni impossibili, di certo invocando su di noi il giudizio divino, prevedendo chissà quali disgrazie e calamità, nominando molte volte Dio, ed una volta il Paradiso, senza sospettare che l’unica punizione certa che ci è stata riservata in questo giorno è dovercelo subire, senza possibilità di fuga, e che il Paradiso ce lo stiamo giusto giusto guadagnando stamattina sorbendoci la sua nefasta e minacciosa predica…! (beh, in tutto questo, la fortuna vuole che la lingua ufficiale per tali tipi di sermoni sia lo Swhaili, così almeno i dettagli ce li stiamo risparmiando!…). Ma attenzione: lo show sta terminando, e il predicatore che fa?… Sta passando col sacchetto (il cappello qui è un genere di lusso) per le offerte… Come a dire: tocca purepagare per cacciarlo!

Ma al peggio non c’è mai fine: neanche il tempo di riporre il sacchetto, e ne spunta fuori un altro, che effettivamente era in attesa dall’inizio… Dal copricapo, si direbbe un musulmano, e così… ora ci stiamo facendo la seconda sessione, sempre in Swhaili, di cui stavolta non capisco nulla, ma che si potrebbe riassumere con le botte che sta gratuitamente dispensando a destra e a manca, dimenandosi, forse per chiarire i concetti…

Poi all’improvviso tira fuori una pagina di giornale con un articolo sulla coltivazione di qualche strano vegetale “tecnologico”, e pochi istanti più tardi delle fantomatiche boccette contenenti un liquido, pare miracoloso, che curerebbe le più disparate patologie, nessuna esclusa. La scatola riporta anche un disegno abbastanza equivoco… C’è gente che lo compra! Io ne prendo una per fare qualche foto! E non è finita: ora ha tirato fuori un’altra scatola, che sta propagandando. E la mia compagna di viaggio, che ha visibilità sul corridoio, mi dice che ha una valigia e un’enorme busta piene di questa roba… Ma che è? Un informatore medico? Uno stregone evoluto in giacca e cravatta?… Tant’è! Questo viaggio assomiglia sempre più ad una di quelle proposte di gita in pulmann che ti ritrovi in Italia nella cassetta della posta, dove per soli 12 euro ti portano in qualche meta turistica, pranzo compreso, e tu ti chiedi come ciò sia possibile, senza sospettare che lo sponsor della “trovata” è qualche venditore di pentole, o di scatole, o di detergenti per la casa, che ti delizierà per l’intera durata del viaggio, pit stop compresi…!

E mentre il mago continua a tirar fuori dal suo cilindro ritrovati vari per ogni tipo di disagio fisico e non, quello che ho capito davvero è che su questo bus, oggi, sarà davvero difficile riposare, vuoi per le chiacchiere, vuoi per la strada che tenderà a diventare peggiore fino a scomparire nella sabbia man mano che andremo avanti…!

That’s Africa!

 

© 2014 Roberta Cappelli On the road to Lodwar, Kenya.  A ciascuno il suo...!

© 2014 Roberta Cappelli
On the road to Lodwar, Kenya.
A ciascuno il suo…!

 

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