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L’injera e… il caffè!

Posted by admin on aprile 12, 2016 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2016 Roberta Cappelli Arramo, Ethiopia. Meat and injera.

© 2016 Roberta Cappelli
Arramo, Ethiopia.
Meat and injera.

Arramo, luglio 2014

L’Africa non smette mai di stupirmi.

E l’Ethiopia si conferma non essere seconda a nessuno, in quanto a sorprese…! Partiamo da una premessa di fondo: quando si tratta di mangiare, non ho problemi, il mio stomaco gradisce ogni elemento commestibile, senza esclusione di sorta. Dalla trippa alla pajata, dal cervello alle interiora, dalle lumache al pesce crudo, ostriche vive comprese! Avete presenti quei volenterosi pesci da acquario che tanto si danno da fare per tenerne pulite le pareti?… Ecco, assomiglio a qualcosa del genere!

Forse è per questo che in Africa mi trovo così a mio agio: perché non rifiuto niente! Assaggio tutto, mangio tutto e mi piace tutto! Non torno mai “sciupata”, dopo 2-3 mesi di Africa. Addirittura mia madre riesce a vedermi “ingrassata”, al rientro. E considerato che per le mamme italiane i figli non si nutrono mai a sufficienza, ci deve essere realmente del buono, nella mia dieta africana!

Ora, facciamo una dovuta distinzione: in Kenya non hanno una grande fantasia, in cucina. Per quasi due mesi ho mangiato: capra (per fortuna!), riso bianco, fagioli in umido, una strana verdura di un verde brillante, verza stufata. Poi, per compiacerci, ci scuocevano un po’ di pasta (e davvero ogni volta mi stupivo di come riuscissi a mangiarla senza pensare minimamente al non rispetto dei tempi di cottura!…) e ci friggevano due patate! Al posto del pane (oggetto non identificato, in Kenya), ugali (una polenta bianca insipida) e chapati (preso in prestito dagli indiani). Fine del menù.

L’Ethiopia è diversa! Gli ingredienti, di fondo, non sono tantissimi, ma almeno il modo di combinarli e cucinarli è più creativo! Tipicamente, si mangia in comune, dallo stesso grande piatto posto al centro della tavola. La carne è preparata in modo divino, e sempre diverso: piccoli pezzi, con spezie, a volte salsa di pomodoro, chili, cipolla, peperoni e non so cos’altro! Una prelibatezza! Ovviamente il mucchietto centrale di “ciccia” è circondato da pane in abbondanza: meravigliosi medaglioni dal sapore indescrivibile, forse il pane più buono che abbia mai mangiato! E, ovviamente, le posate non sono previste… I sapori sono decisi, le pietanze, spesso, molto piccanti. Le insalate davvero sfiziose, e anch’esse piccantissime, la pasta, anche qui, piuttosto scotta (con una dovuta, eccellente eccezione nella missione di Galcha, dove ho mangiato pasta e persino gnocchi al ragù di molto superiori ai primi italiani!…). Un piatto affascinante, forse per i colori, è una strana spuma, metà verde, metà bianca, preparata con avocado e burro, ovviamente piccante e molto gustosa!

Poi ci sono un paio di cibi locali, presenti praticamente su ogni tavola: la “wasa”, preparata con le foglie di falso banano, pilastro dell’economia dei villaggi, e l'”injera”, una sfoglia molle di strano pane fermentato: entrambe dal gusto acido. Molto acido.

Tornando al mio stomaco, che non conosce limiti… ecco, ci sono solo due cose che non riesco assolutamente ad ingerire: il porridge in Kenya, un pappone semiliquido fatto con acqua calda e farina di mais, usato specie a colazione con l’aggiunta di zucchero, per dargli un senso (o un sapore…); e l’injera in Ethiopia che, senza esagerare, ti lascia in bocca un gusto come di vomito…

Oggi eravamo in una zona bellissima e selvaggia nell’aerea di Yrga Chaffe, luogo famoso per il caffè (ma questo merita un capitolo a parte…!), ad incontrare 50 delle 200 famiglie che collaborano con noi nella missione di Arramo Solidale. Persone fortissime che stanno riconquistando, grazie al cammino che facciamo insieme, la loro indipendenza, anche economica, e che, con la scusa di un break per un caffè, ci hanno preparato un pranzo tradizionale! Quando è arrivato il cibo in tavola, ho avuto un sussulto, ho guardato il mio amico kenyota Patrick, e per un lungo e terrificante attimo la disperazione si è impossessata di noi due.

Su un enorme e ricco letto di injera giaceva il nostro spezzatino di manzo, abbondantemente condito con una accattivante salsa di pomodoro! In una frazione di secondo la mia mente si è predisposta diplomaticamente ad accettare la punizione… Quella carne doveva essere raccolta con qualcosa, e quel qualcosa non poteva che essere l’injera… Ho sperato nel miracolo di veder arrivare qualche panino… ma nulla! Senza scampo! Patrick, dal canto suo, mi ha confessato più tardi di aver pregato Dio di dargli la forza di ingerire il raccapricciante alimento possibilmente senza sentirne il sapore… Insomma, un castigo, non un pranzo!

Saranno stati i piccoli pezzi con cui raccoglievamo grandi porzioni di carne, o la quantità esagerata di peperoncino presente nella salsa di pomodoro… ma ne siamo usciti vivi!

Così, quando ci hanno proposto un caffè, entrambi abbiamo pensato: “Evviva! Almeno ci rifacciamo la bocca!”, rilassandoci al pensiero che qui, il caffè, è uno dei più buoni del mondo!

Vi lascio immaginare le nostre facce quando, avventandoci con (malriposta) fiducia sulla tazzina, abbiamo tristemente constatato come talvolta, questi Etiopi, stanchi di un caffè paradisiaco, ci mettano il sale, invece dello zucchero…!

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