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Home, sweet home!…

Posted by admin on luglio 4, 2014 in L'altro Kenya |
© 2014 Roberta Cappelli Nairobi, Kenya.  Galleria Nakumatt.

© 2014 Roberta Cappelli
Nairobi, Kenya.
Galleria Nakumatt.

Nairobi, 10.06.2014

Di nuovo a casa!

Sto prendendo le misure, a Nairobi, prima di avventurarmi nel mio amato deserto del Turkana e successivamente sulle verdi e piovose montagne dell’Ethiopia.

L’Africa non ti tradisce mai. Sempre nuova, ma sempre uguale a se stessa. Sono appena 2 giorni che sto qui, e già mi sembra un mese! E già i programmi preparati prima della partenza sono stati variati 6 o 7 volte: non lascia spazio alla noia, l’Africa!

Ogni istante che vivi, contiene una sfida da affrontare: e non si passa alla mossa successiva se non superi quella precedente!

Nairobi ha un’aria strana, quest’anno. Dopo l’attentato al Westgate dello scorso settembre, e le decine di attentati in questo mese di maggio ad opera, pare, dei soliti Al Shabaab, in città c’è il coprifuoco: appena fa buio, dopo le 18.00, i mezzi pubblici non possono più viaggiare; i punti “caldi” sono strettamente controllati, la zona in cui mi trovo, con annesso “ambito” centro commerciale, vivamente sconsigliata.

Così, per ora, l’Africa fisica sta fuori dal compound, dal quale è ovviamente vietato “evadere”…

Ma l’Africa non è solo un luogo, è un modo di essere, un modo di vivere, un modo di affrontare costantemente e continuamente la vita, un modo per vedere senza filtri te stessa e non poterti più nascondere, uno stato che ti costringe ad affrontare tutti i tuoi mostri e a sconfiggerli.

Per la cronaca, anche quest’anno… mi potevo perdere un trasferimento Nairobi – Lodwar (Deserto del Turkana) via terra?!? Non sia mai, si riesce a trovare sempre un buon motivo per un ripassino…..

 

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Quando la tinta fa la differenza…!

Posted by admin on aprile 30, 2014 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2014 Roberta Cappelli Galcha, Ethiopia.  Bedclothes.

© 2014 Roberta Cappelli
Galcha, Ethiopia.
Bedclothes.

Galcha, 24.10.2013

Continuo a chiedermi perché, in Africa, non riescano ad usare le lenzuola in tinta unita.

No, non è un vezzo, ma qualcosa di estremamente concreto!

Ok, gli africani sono “creativi”, e spesso anche molto kitsch. Ma non ne faccio certo una questione di stile! In Africa, se vai nell’Africa vera, e non negli hotels per occidentali, o nei lodges, o nelle strutture delle ONG e delle grandi organizzazioni, non sai mai dove ti ritroverai a dormire. E, solitamente, non sono posti dove potrai entrare serenamente al buio, anche se il più delle volte sarai costretta a farlo.

In Africa non si è mai soli. C’è molta vita sociale. Anche nel silenzio della tua stanza. Puoi incontrare di tutto, nello spazio di pochissimi metri quadrati. Dalle zanzare, chiaramente quelle portatrici di malaria (che qui però non sembrano trovarsi a loro agio a causa del freddo), ai ragni, di varie forme, corporature e dimensioni, e più o meno pelosi, a sgradevoli vermi con le ali lunghi 3-4 centimetri, che ti puntano come elicotteri impazziti, ad insetti di differenti razze e religioni (discrete farfalle notturne, lucciole, mantidi religiose), a scarafaggi di diverse nazionalità, con corno o senza, ad enormi blatte che non ti lasciano mai sola, neanche sotto la doccia…

In angoli remoti, assolutamente non per tutti, come il deserto del Turkana, dove mi trovavo l’estate scorsa, la socializzazione si complica, data la presenza di personaggi che non hanno tanta voglia di starti ad ascoltare: scorpioni, ragni, serpenti delle peggiori specie (mamba nero, vipera soffiante, cobra)… Ti mordono e… sei andato!, direttamente al Creatore, in una manciata di minuti.

Qui in Ethiopia, tutto sommato, è un ambiente soft. Se non fosse per delle disgraziatissime e voracissime formiche che mi hanno massacrato le caviglie. Mi ci è voluta una settimana, per capire da dove venissero tutti quei pizzichi appena sopra il calzino. Le perfide ti entrano nei pantaloni mentre cammini in mezzo all’erba, si annidano lì, per un po’, poi, quando decidono, ti attaccano, e tu senti come degli aghi che ti entrano nella carne, provocandoti un fastidiosissimo prurito. Che rimane per giorni.

Dicevamo delle lenzuola, dunque. Eccentriche fantasie bucoliche, con foglie, fiorellini, rametti, un po’ di erbetta… Il rifugio ideale per ogni categoria di insetti & Co.

Fate un po’ voi…!

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Chiese… e dintorni!

Posted by admin on marzo 29, 2014 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2014 Roberta Cappelli Galcha, Ethiopia. Church (outstation).

© 2014 Roberta Cappelli
Galcha, Ethiopia.
Church (outstation).

Galcha, 23.10.2013

Capitolo a parte lo meritano le chiese.

I mattoni non sono così diffusi, da queste parti. Il fango misto a sterco è il principale materiale da costruzione. Gli esterni sono estremamente sobri: un parallelepipedo marrone, dalle cui pareti escono qua e là fili di paglia, un tetto a punta ed una croce fatta con due bastoni. Delle semplici persiane di legno, talvolta, altrimenti nulla, solo qualche fessura per l’aria. Gli interni, spesso, sono bui. L’elettricità nelle chiese non l’ho mai vista. Aprendo le finestre, dove ci sono, entra una luce bellissima, perfetta per scattare foto, altro che illuminazione da studio!

Oggi, nella chiesa in cui ci troviamo a fare il nostro meeting con le famiglie, sembra di avere la luce di tante lampade al neon: continuo a guardare il soffitto, ma non trovo nulla, a parte 5 fantastici lucernai, incastonati nel tetto di lamiera: lamiera. Lamiere trasparenti, nulla di complicato!

L’arredamento è la massima espressione di un kitch portato all’estremo: addobbi natalizi più o meno ovunque, sull’altare, sul leggio, appesi alle pareti a mo’ di festoni, finanche intorno alle immagini sacre. Le quali spaziano dall’icona simil-russa, al poster dai colori sgargianti, alle cartoline inserite in finte cornicette d’argento, ovviamente in plastica, a primitive stampe da computer inserite in un trasparente con i fori per raccoglitore, puntate al muro di sbieco, con un pezzo di scotch o con un’arrugginita puntina.

E poi cespugli di finti fiori dalle dimensioni irreali ovunque, ad adornare l’ambiente. Insieme a centrini e tovagliette lavorati all’uncinetto più di qualche decennio fa, che vanno dal giallo fosforescente, al verde evidenziatore, al fuscia sgargiante, e che ricoprono inutili tavolinetti, leggii, altari e persino le sedie!

Oggi abbiamo anche una coppa, come portafiori, vinta da chissà chi in chissà quale sport! Per non parlare dell’ultima frontiera in termini di decorazioni: festoni fatti con… la carta igienica!

Anche se, indubbiamente, la cosa più kitch in assoluto resta un improbabile crocifisso in plastica bianca al centro dell’altare con lucine blu e rosse lampeggianti…!

Va bè, comunque viva l’Africa!

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C’è pioggia e pioggia…!

Posted by admin on febbraio 28, 2014 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2014 Roberta Cappelli Arramo, Ethiopia. Rain volley!

© 2014 Roberta Cappelli
Arramo, Ethiopia.
Rain volley!

Galcha, 21.10.2013

Il panorama è cambiato. La vita dentro rimane la stessa!

L’altimetro segna 2500 mt s.l.m. Dicono faccia molto freddo, più che ad Arramo. Sarà che io lo sopporto bene, ma un pile ed uno smanicato a me sembrano più che sufficienti.

Volevo parlare della pioggia. Qui non c’è giorno che si rischi di restarne… all’asciutto. La gente è abituata a conviverci, fa parte della loro vita. Non come da noi, dove 4 gocce sovvertono l’esito di una giornata, le persone sono nervose, il traffico impazzisce e cominci a chiederti perché Dio abbia inventato questo terrificante fenomeno naturale. La gente, qui, è serena. Nonostante tutto. Nonostante il fango che gli entra nelle ossa, nonostante le strade che somigliano a fiumi, nonostante i piedi costantemente ricoperti di poltiglia rossa africana, nonostante i pochi stracci sporchi e bagnati che i bambini indossano su quei loro corpicini, immersi fino alle ginocchia in quel liquido rosso che non lascia intravedere il fondo.

La vita delle persone è sempre la stessa. La pioggia non ferma nulla. Le vedi guadare le strade, talvolta sotto un ombrellino, talaltra sotto una foglia di finto banano, altre ancora sotto il peso di pacchi di foglie che diventeranno “wasa”, uno dei piatti tipici locali, o sotto fasci di legna da ardere, trasportati con eleganza e sicurezza da donne, uomini o bambini.

Ho provato l’ebbrezza e la normalità di un trasferimento da Arramo a Galcha sotto la pioggia. Il tempo di caricare i miei bagagli nella macchina, sotto un diluvio di proporzioni bibliche, e non avevo più un centimetro di vestiti e di pelle asciutto. Completamente da strizzare. Anche perché i 3 maschi africani non si sono minimamente prodigati nel rendermi l’operazione più facile: sembravano cadere dalle nuvole, insieme alla grandine. Solo una ragazzina è venuta ad aiutarmi con le valigie, rimanendo con me a prendere acqua mentre i maschi si prendevano il loro tempo per svegliarsi dal letargo ed aprirci il portellone… Anche questa è Africa! Non lo fanno apposta!

Facciamo una sosta ad Yrga Chiaffe, a ritirare la mia fantastica fototessera dall’ennesimo fotografo locale, e a portarla di corsa, senza perdermi una sola goccia di pioggia, alla società di telecomunicazioni etiope, che finalmente mi consegna la tanto agognata sim card per la connessione internet. Perfettamente inutile, ora, perché a Galcha il network è completamente assente.

Ormai la pioggia mi è entrata nella pelle, così decido di passare una mezz’ora a parlare con la mia famiglia al telefono, mentre l’acqua continua a cadermi addosso e a lavare via persino la mia paura (fondata) di ammalarmi: sono qui, e comincio ad accettare, inconsciamente, di vivere fino in fondo la vita come fanno tutte le persone del luogo.

Il viaggio sarebbe dovuto durare meno di un’ora, secondo fonti locali. Ovviamente sono diventate due, molto abbondanti… Ogni buon occidentale, all’arrivo, si sarebbe andato a cambiare i vestiti e le scarpe completamente zuppi. Probabilmente, e per fortuna, quando sono in Africa dimentico di essere un buon occidentale! Ho subito iniziato a dare le prime indicazioni al Father sull’utilizzo del notebook appena acquistato per la missione, ad installare la stampante, a spiegare l’utilizzo di Excel per i files che utilizziamo maggiormente. E a cercare il modo di caricare 100 birr di credito sul modem, operazione tutt’altro che intuitiva, qui in Ethiopia! Per poi appurare che qua, per i prossimi 10 giorni, non avrò alcuna opportunità di utilizzarlo. Sono soddisfazioni!…

In compenso, al termine della giornata… i miei vestiti sono perfettamente asciutti, le scarpe decisamente meno, ma… ormai hanno stretto una grande amicizia con l’asciugacapelli!… E, a dispetto di tutto, non uno starnuto, non un accenno di raffreddore, niente di niente: mai stata meglio fisicamente in vita mia!

Pioggia: solo una compagna di viaggio nella vita di ogni giorno, qui, nel sud dell’Ethiopia. Basta conoscerla, ed accettarla, e lei accetterà te, e non ti farà alcun male!

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Certe cene africane…!

Posted by admin on febbraio 6, 2014 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2014 Roberta Cappelli Arramo, Ethiopia. Cemetery on the road.

© 2014 Roberta Cappelli
Arramo, Ethiopia.
Cemetery on the road.

                                                                                                      Arramo, 17.10.2013

In piedi, davanti ad una finestra, a guardare il cielo buttare giù acqua con i secchi. Sembra non abbia mai piovuto, tira vento e c’è nebbia, per quanta acqua sta cadendo.

Non so perché sia terribilmente affascinata da questo spettacolo. Forse perché l’acqua lava via tutto, o forse perché i miei occhi possono vedere la realtà oltre le linee disegnate dalle gocce: il che, fotograficamente parlando, scatena in me un’incredibile emozione.

Il pomeriggio è libero, fino a domattina non abbiamo altri grossi impegni. Ma la libertà è limitata a questa stanza, perché questo diluvio non permette granché.

Il clima, in parrocchia, è un po’ triste. Stiamo vivendo da ieri il lutto per la morte della madre di Marta, la ragazza che cucina per i fathers e, in questi giorni, anche per noi.

Qui, come nel resto dell’Africa, la morte è qualcosa di normale, quasi un’abitudine, perché la gente è costretta a confrontarcisi ogni giorno. E ad accettarla, quasi con rassegnazione. Si percepisce un modo quasi più composto, rispetto al nostro, di affrontare la morte. Come anche la vita, del resto. Con più distacco. Senza tanti fronzoli.

Sto ancora tentando di capire se sia meglio o peggio.

Non ho ancora la risposta.

                                                                                                      Arramo, 18.10.2013

Ieri sera eravamo ancora senza corrente. Già la fortuna ci aveva assistito nel pomeriggio: nonostante la pioggia torrenziale, avevamo avuto un’oretta abbondante di segnali di fumo con l’Italia. Da non crederci!

La nostra cena, illuminata da un candelabro, è stato un momento davvero molto caldo, familiare ed intenso.

Il buio sembra unire di più le persone, e quelle candele paiono scrutare gli angoli più remoti delle nostre anime, e discorsi mai affrontati prima arrivano spontanei ad arricchire la tavola.

L’argomento della giornata, fin dal mattino con le famiglie della missione, è stato lo strano rapporto tra gli uomini e le donne che c’è qui, tra i Gedeo. La donna è trattata candidamente come un oggetto. Come un animale. Serve a soddisfare i desideri degli uomini, a produrre (sì, è l’esatto termine usato da loro) figli in quantità, a servire l’uomo. E ad essere rispedita altrove quando non serve più. Perché qui, l’unica cosa che davvero l’uomo non vuole perdere, è la proprietà, la terra, le cose materiali. La donna, come il bambino, è un accessorio: un pacchetto che si può dare e ricevere in dono e, a piacere, restituire.

I miei compagni di cena, come sempre in questi ultimi 10 giorni, sono un Turkana ed un Luya (dal Kenya) e un Bakiga (dall’Uganda).

Casualmente, si comincia a parlare delle belle donne. Per i due kenyoti non c’è dubbio: se una donna è troppo bella fisicamente, e quindi desiderata e richiesta da troppi uomini… loro si tirano indietro, la lasciano stare, perché non vogliono entrare in competizione con gli altri uomini, né diventare loro nemici nel momento in cui la dovessero conquistare. La loro posizione è netta: meglio trovarsi una moglie brutta, così evitano ogni problema.

Li ho guardati sconsolata, ma non sorpresa. Conosco sufficientemente l’Africa ed i suoi abitanti. Ho solo potuto esclamare “Questo è proprio un comportamento da maschi africani!”.

“Esatto!”, hanno risposto in coro! E siamo scoppiati tutti a ridere!

Consapevoli di restare, ognuno, fedele alla propria cultura, pur nel rispetto reciproco.

Sono incredibilmente felice! Perché sono fortunata a poter vivere esperienze come questa, a poter cenare con persone così diverse da me e dalla parte di mondo in cui sono nata, e poter condividere con loro aspetti della vita così importanti e delicati! Cosa avrò fatto mai per meritarlo?…

Penso con un po’ di tristezza a certe cene italiane al chiarore di mille luci, ma buie dentro, perché l’argomento più consistente è la partita di campionato del giorno prima o l’ultimo paio di scarpe acquistate…

Le parole non riusciranno mai ad esprimere pienamente le emozioni di certi momenti, ma quella cena a lume di candela rimarrà impressa a lungo nella parte africana della mia anima!

 

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Ombrelli verdi!…

Posted by admin on gennaio 11, 2014 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2013 Roberta Cappelli Arramo, Ethiopia. Green umbrellas!

© 2013 Roberta Cappelli
Arramo, Ethiopia.
Green umbrellas!

                                                                                                      Arramo, 15.10.2013

Stasera ai reduci del Vietnam… gli spiccio casa!

Ho il fango fino alle ginocchia, le scarpe sono delle zolle di terra ambulanti. L’acqua nelle ossa, dopo aver camminato per ore sotto una pioggia torrenziale, scendendo da una montagna, lungo un dissestato percorso diventato come un fiume in piena. Il rafting è una cosa da scuola materna, al confronto. Tutto ciò con pesanti zaini sulle spalle, perché nessuno aveva pensato di avvertirci che saremmo dovuti andare in un luogo del genere… Gli africani sono maestri, in questo!

L’unica nota di colore, in tutta l’avventura, i nostri ombrelli naturali di un verde cangiante, tagliati dai finti alberi di banano! Anche se tenerli sulla testa, ti distrugge un braccio.

Arrivi nel villaggio e speri di trovare la macchina del Father ad attenderti, ma… quando piove, praticamente tutti i pomeriggi, le strade diventano torrenti, così lui ha dovuto percorrere un tragitto alternativo, e fermarsi ad aspettarci da tutt’altra parte. “Per fortuna” è con noi Tesfaye, che ci “rincuora” parlandoci di una scorciatoia….., non prima però di averci rifocillato presso la sua casa, dove abbiamo potuto mangiare, immersi nel buio totale, un magnifico piatto di carne cucinata dalla moglie; la chicca è stata la bevanda di accompagnamento: probabilmente il fantastico brodo di cottura della ciccia stessa! Indimenticabile!

Ormai la luce del giorno è andata via, e ci ritroviamo ad attraversare una foresta, tra paludi fangose e grossi alberi caduti giù a sbarrarci il cammino. Sorrido, un po’ a forza, e mi chiedo cosa ci stia a fare in una situazione del genere. Comincio a pensare a quali animali potrebbero sbucarmi davanti all’improvviso… ma poi mi ricordo di quella sera, lo scorso mese di luglio, in terra Masai, quando, attraversando incoscientemente il bush, sempre perchè non era strada per macchine, qualcuno del gruppo disse: “Abbiamo il 50% di probabilità di sopravvivere: potremmo incontrare un leone, o un serpente, o un elefante”. Saggezza Masai.

Così, stasera, penso che questa foresta non sia poi tanto male! E comincio a sperare che, per una volta, i tempi giurati dai locali non siano da moltiplicare per 4…

A notte ormai fatta, arriviamo in un altro piccolo villaggio. Il buio non impedisce al mercato di continuare la sua vita. Ci facciamo largo tra gente vociante e terreno scivoloso, con sguardi curiosi su di me perché, nonostante la notte, il mio viso bianco è evidente.

Poi, quando ormai non ci speravo più, all’improvviso… un miraggio: la macchina del Father! Io ed il mio ombrello naturale, che non ho voluto mollare fino alla fine, stentiamo a crederci! Lo ringrazio e, dopo diverse ore passate insieme, ci separiamo, gli ridono la sua libertà, appoggiandolo con cura alla parete di una capanna, prima che qualcun altro lo prenda con sé.

Chiaramente, la strada da percorrere è lunga, meglio di altre, ma comunque piena di buche, che sembrano giocare a nascondino con la “nebbia” che si alza dal terreno, per contrasto con la pioggia, sbucando all’improvviso per il terrore dei poveri pneumatici che, nonostante tutto, in un paio d’ore ci riportano nel compound della parrocchia.

Qui, ovviamente, l’elettricità è saltata, siamo al buio, devo rimediare acqua calda per la doccia con un secchio e devo cercare di liquefare le zolle di terra intorno alle mie scarpe da deserto. Visto che non ne ho altre. Perché in tanti anni di Africa ne ho sempre portate un secondo paio senza mai usarle, così, furbescamente, stavolta ho deciso di viaggiare… leggera! Un’impresa epica, con la stanchezza non solo di tutta la traversata, ma anche delle tante situazioni difficili che abbiamo dovuto fronteggiare durante il nostro meeting con le famiglie di quella zona remota.

Una lunga giornata, quasi senza fine.

Ma la fine, come in ogni giorno, per fortuna c’è! E posso andare a riposare, esausta, sotto la mia zanzariera.

A come asciugare le scarpe… penserò domani!

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7 anni, 8 mesi e 10 giorni!

Posted by admin on dicembre 25, 2013 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2013 Roberta Cappelli Arramo, Ethiopia. Calendar converter.

© 2013 Roberta Cappelli
Arramo, Ethiopia.
Calendar converter.

                                                                                                      Arramo, 13.10.2013

Seduta ed infreddolita tra le panche affollate di una chiesa.

Ovviamente, sono dalla parte degli uomini. Davanti e a fianco a me mani che reggono i loro libri in amarico: un susseguirsi di segni che ai miei occhi possono solo apparire come ricami.

Anche i calendari liturgici sbucano dalle loro mani: siamo nel 2006, qui, in Ethiopia.

Provo a seguire la lettura del Vangelo dall’anziano davanti a me che indica con la penna le parole quasi sillabate da un prete ugandese arrivato qui solo da un anno: bocciata! Anche se mi sembrava di poter associare qualche suono ad alcuni dei loro eleganti geroglifici…!

Accanto a me sono seduti tre cuccioli di uomo, come direbbero i miei nipotini! Uno spettacolo della natura! Mi guardano con quei loro occhioni profondi e meravigliosi mentre la penna scorre sul mio Moleskine.

Sono timidi, uno di loro ha quasi paura di sostenere il mio sguardo. Quello che mi sfiora il braccio è molto più forte, sicuro di sé, ha la compostezza di un uomo, anche se guardo i suoi piedini scalzi, screpolati ed intrisi del fango perenne di questa regione, e… mi si stringe il cuore.

Provo un tale rispetto per questi bimbi, che non ho nemmeno il coraggio di tirar fuori il cellulare dalla tasca per scattargli una foto…

E’ solo il 6° giorno che sono in questa Terra, ma… si sa, un giorno in missione è come 1 anno in Italia.

                                                                                                Arramo, 14.10.2013 o…

…04.02.2006 (ሰ. ጥቅምት. 2006)

7 anni, 8 mesi e 10 giorni.

Questa è la prima differenza.

Quella immediatamente visibile. Ma sento che c’è molto altro.

Stanotte ho avuto un incubo: c’era la consuetudine che qualcuno dovesse trapanare l’osso del collo del piede. Nessun motivo particolare:lo facevano a tutti, quasi come un rito da perpetuare.

Mi era difficile capire questo gesto: ero in fila, come tutti gli altri, per lo più della mia famiglia. Ma quando il tipo con la punta del trapano mi ha sfiorato l’osso in questione… ho reagito con forza, dicendo a voce alta “Ma vai all’inferno!”.

La realtà, fuori dal sogno, è che in questi giorni stiamo incontrando tante situazioni che hanno davvero poco a che fare con il rispetto della dignità umana. E le stiamo affrontando tutte, una ad una, senza compromessi, con la sola intenzione di salvare l’esistenza sacra ed intoccabile di tanti piccoli angeli etiopi dagli occhi splendenti.

Per tradizione, i bambini sono oggetti. Si possono produrre, dare, prendere, prestare, picchiare, maltrattare, lasciare nudi a 2000 metri, consegnare in dono a nonni ormai non più nel pieno delle forze, a nonne che giurano di averli allattati al seno dal momento della nascita, ad anziani che, rimasti vedovi, li usano per soddisfare le proprie necessità, strappandoli, quasi fosse un loro diritto, ai loro veri genitori e privandoli della loro infanzia.

No. Questo non è amore.

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Là, dove tutto ha avuto inizio!

Posted by admin on dicembre 18, 2013 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2013 Roberta Cappelli Arramo, Ethiopia. Angels.

© 2013 Roberta Cappelli
Arramo, Ethiopia.
Angels.

                                                                                                      Arramo, 10.10.2013

Dopo un viaggio da incubo durato ben 19 ore, di cui 6 passate ad aspettare, chiusi dentro la macchina in panne, eccomi in questo luogo di cui non vedo ancora i confini.

Doveva fare molto freddo, ma una delle altre cose che spesso mi sfuggono, è la diversa percezione del clima che hanno gli africani.

Non sono ancora uscita dal compound della parrocchia, ma occhio e croce mi sembra di trovarmi in uno dei soliti villaggi africani che conosco. La strana vita di Addis sembra ormai lontana anni luce (o forse solo 19 ore!…).

Le difficoltà enormi vissute, anche a livello personale, questa notte, non hanno scalfito la mia determinazione: è bastato fare un bel bucato (ovviamente a mano in acqua fredda!), organizzarmi per bene “l’appartamento” in cui vivrò per i prossimi 10 giorni, e le forze tornano. Tutte.

Come ogni volta che arrivo in una missione di notte, la situazione si fa più umana e decisamente accettabile la mattina dopo. Sarà che il buio amplifica tutte le nostre paure, anche quelle più profonde!

                                                                                                  Arramo, 11.10.2013

La prima giornata qui è andata!

E’ impegnativo entrare nella vita di un luogo nuovo per i tuoi occhi e per la tua anima.

Sto osservando, sto osservando tanto. Cercando di imparare. Il primo ostacolo è la lingua: forse amarico, ma più probabilmente Gedeo, l’idioma locale. Gli altri ostacoli sono quelli che mi porto dentro. Ma li affronteremo. L’ultimo ostacolo vero è l’assenza di contatto con il resto del mondo. No telefono, no internet, niente di niente. Non una parola fuori da questo luogo, mi manca il potermi esprimere nella mia lingua, e confrontarmi nella mia lingua.

Non è semplice. Specie con le situazioni che devo affrontare qui, decisamente complicate.

                                                                                                    Arramo, 12.10.2013

Finalmente si esce dal compound!!! Ieri è stata una giornata davvero fruttuosa, abbiamo dovuto affrontare con forza e determinazione un elevato numero di situazioni confuse, delicate e difficili da gestire. Ma abbiamo trovato la via, e le esperienze fatte in questi anni di missione in Kenya, sono servite tutte! E ancora riesco a creare qualcosa di nuovo! E’ incredibile come riesca ad essere concreta, tempestiva ed efficace, quando vivo in terra africana!

Siamo usciti dal compound della parrocchia. Ho cominciato a vedere l’Etiopia. Un’oretta di macchina, attraversando la ridente cittadina di Yrga Chafe, dove c’è addirittura campo per il cellulare! Riscomparso, of course, dopo poche centinaia di metri…

Le vallate sono imponenti, la vegetazione sembra sovrapporsi alla tua anima, o entrarci dentro con una potenza sconosciuta. Tutto sembra immenso e pare ricordare, a chi osi guardare, che qui, proprio qui, è iniziato tutto!

Viene da scoprirsi il capo, ed inginocchiarsi. In silenzio.

Gli uomini e le donne etiopi sono incredibilmente belli! La donna ha lineamenti e portamento da regina, l’uomo ha una delicatezza nelle linee del viso difficilmente rintracciabili negli altri popoli africani. Ed entrambi hanno degli occhi che sarà impossibile dimenticare!

Sarà per questo che i loro bambini sono così incredibilmente belli?!?…

Non sono certo i primi bambini africani che incontro, ma questi etiopi… mi stanno facendo innamorare, di un amore che le parole non possono dire. Sospetto le differenti ragioni possibili. Magari, un giorno, ne riparleremo.

 

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Africa: istruzioni per l’uso!

Posted by admin on dicembre 11, 2013 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2013 Roberta Cappelli Awasa, Ethiopia. Traditional meat dish.

© 2013 Roberta Cappelli
Awasa, Ethiopia.
Traditional meat dish.

                                                                                                     Addis Ababa, 09.10.2013

Stamattina mi sono svegliata prima del muezin.

Sì, perché qui sembra di essere ad Istanbul, più che in Africa.

La sua voce mi ha accompagnato mentre mi preparavo e smontavo la mia stanza: zanzariera di fortuna messa su ieri sera, dopo qualche creativo trasloco interno… Credevo che a 2600 mt le zanzare crepassero. Ma godono di buona salute!

Mi sto ancora chiedendo dove sono. Senza calcolare che un Paese non lo conosci mai dalla sua capitale. Forse Nairobi sa dirmi qualcosa sul deserto Turkana, o sulle montagne del West Pokhot, o sulle verdi colline nella terra dei Masai?

Oggi ci aspetta un lungo trasferimento, si scende a Sud, verso il Kenya! I viaggi in macchina, in Africa, sono sempre piuttosto faticosi. Ma vedi il mondo che ti circonda, sì, dal finestrino, ma ci sei quasi dentro. E poi, confido nella sosta per il pranzo ad Awasa. Sebbene mia madre, nelle sue ricerche sul web, mi abbia parlato di buoni alberghi e luoghi turistici. Vedremo.

L’unica cosa uguale ad ogni altro luogo dell’Africa, è il tempo: anche qui è solo un giorno, ma già mi sembra una vita!

Presumo che il muezin sia andato a fare colazione. Cosa che farò anch’io.

Per la cronaca: nonostante il raggio di sole che ora sta entrando nella mia stanza, fuori è piovuto parecchio!

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Mi stavo dimenticando un paio di cosette sull’Africa.

1) Mai fidarsi degli appuntamenti.

Se qualcuno ti dice che si parte alle 7.00 perché il viaggio è lungo, è perfettamente inutile che ti svegli alle 5.30 per essere puntuale. Minimo devi considerare quelle due orette in più. Proprio come oggi. Ma è davvero l’ultimo orpello da occidentale difficile da abbandonare, quando sono qui!

2) Non esiste un viaggio che si rispetti, al momento di 9 ore, che possa terminare senza nemmeno un imprevisto.  Mi stava sfuggendo!

Ma tranquilli, è tutto a posto: ci stavamo semplicemente perdendo un serbatoio…!

Qui l’atteggiamento è diverso dal Kenya: siamo fermi ormai da 20 minuti, la gente ci ha guardato finora solo da lontano, senza scomporsi e senza offrirsi di muovere un dito. In Kenya non fai in tempo a fermarti, che subito un numero variabile di persone si sta sbracciando e prodigando per risolverti il problema.

Hanno una forte identità, questi Etiopi. Ora, comunque, due di loro, “spinti” dal mio amico Turkana, ci stanno seriamente aiutando. O almeno ci provano.

Ogni popolo è da conoscere. Sono belli, questi etiopi. Forti.

Il mio unico cruccio è non capire assolutamente un tubo della loro lingua e di quello che mi dicono. Ben pochi di loro conoscono qualche parola di inglese. Però mi sto già innamorando!

Nonostante ciò, il problema persiste. La vedo dura, ma forse, per la prima volta in questi due giorni, torno a sentirmi in Africa. Sì!

 

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Scusate, per l’Africa?

Posted by admin on dicembre 4, 2013 in I giorni (diversi) dell'Ethiopia |
© 2013 Roberta Cappelli Addis Ababa, Ethiopia. Social.

© 2013 Roberta Cappelli
Addis Ababa, Ethiopia.
Social.

                                                                                                     Addis Ababa, 08.10.2013

Sto cercando di capire.

E’ strano, per me, dopo 10 anni, trovarmi nel continente africano senza vedere Africa.

Me lo avevano detto che l’Ethiopia era diversa.

Sto tentando di capire.

Il cielo è grigio. L’altimetro segna 2585 m s.l.m.: non credevo! Dall’aeroporto alla casa degli Apostles of Jesus che ci ospita, guardavo le strade, gli edifici, la gente. L’asfalto e gli scheletri apparentemente inutili, da città bombardata, li riconosco. Ma la gente… mi parla di un’Africa diversa. Le donne portano quasi tutte il velo, gli uomini somigliano più a degli indiani che ai miei cari popoli nilotici del Kenya. Anche gli odori sono diversi.

Sto cercando di farmi avvolgere da tutto questo, per comprenderlo, per imparare a conoscerlo, visto che ormai la mia anima africana sarà equamente divisa tra Ethiopia e Kenya. Davvero un’esperienza nuova, lo sapevo, come sapevo che esserci sarebbe stata un’altra cosa!

Ho incontrato una donna col burka. Solo nero. Non un centimetro quadrato di pelle scoperta, neanche la grata per gli occhi. Il bracciale lucente da donna emancipata e benestante sopra il guanto, anch’esso nero. Unico vezzo, una scarpa viola, solo incidentalmente mostrata dal lungo vestito che accarezzava il terreno.

Non ho ancora capito dove sono. Ma quella splendida donna aveva un fascino che allo sguardo sarebbe decisamente sfuggito.

Tanti contrasti, durante la giornata cittadina. Angoli da tranquilla città europea, alternati con scene di povera gente sdraiata, accampata e “vivente” ovunque, in mezzo all’indifferenza di tutti. Ne ho viste, di città africane, ma questa mi è sembrata un gradino più in basso delle altre. Eppure sono certa che questo popolo così sconosciuto e così diverso, nasconda qualcosa che non riesco ancora minimamente ad immaginare, ma percepisco essere grandioso.

Mi sembra come se fosse la prima volta, dopo 10 anni di Africa, che mi trovo di fronte ad una nuova cultura, ad una nuova popolazione, ad un nuovo mondo. Forse è la prima volta cosciente. O meglio, presente. Le altre volte mi sono trovata catapultata in mezzo a tribù meravigliose senza nemmeno rendermi conto bene dell’immensa realtà a cui avevo la fortuna di partecipare.

Oggi mi è sembrato di dare un valore speciale ad ogni singolo dettaglio. Anche alle donne col grande cappello di paglia che tengono continuamente pulite le strade, e che mi aprivano uno spiraglio sul Sudamerica, più che sull’Africa. È come se stessi vivendo ancor più intensamente di come già si vive in Africa. Mancano le parole per dirlo bene.

Il resto della giornata è stato una serie di relazioni da mantenere, alternate ad un traffico che non ha davvero nulla da invidiare a quelli di Nairobi e di Roma! Un saluto all’assistente del Nunzio apostolico, un salto all’ambasciata del Kenya (vista la presenza del mio amico Turkana Michael!), un incontro col responsabile visti dell’ambasciata Italiana.

E poi l’impresa quasi improbabile di trovare una sim card per il mio iPhone, con tanto di foto tessera dal fotografo locale per il modulo di richiesta (il governo, qui, controlla rigorosamente ogni movimento ed ogni comunicazione col mondo esterno), la difficoltà di accedere ad una chiave USB per internet, che mi fa tornare indietro di… tanti anni.

No, qui non è come in Kenya. Qui l’impronta è un’altra.

Sto cercando di capire.

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